Una società che uccide i suoi figli è una società che non può avere un futuro. Punto ebbasta, se mi è concesso in una vicenda così tragica, un gioco di parole.

È la stessa teoria che gli storici della cultura applicano alla morte di van Gogh: suicidato della società. Certo, il genio si toglie la vita da solo, ma intorno tutti quelli che non lo capiscono, amici, donne, critici, mercanti d’arte, sono una sorta di killer impersonale con la stessa efficacia distruttiva di un killer materiale.

Premesso che non ci sono mai vittime più vittime e che ogni morte richiede rispetto e sensibilità, tolgo dall’analisi la morte della madre che era andata lì per sua figlia.

Torniamo allora alla metafora van Gogh e puntiamo il faro su cinque ragazzini tutti fra i 14 e i 16 anni, poveri innocenti calpestati fino alla morte, una morte talmente orrenda che uno zio ha dovuto guardare e riguardare quella salma per capire se fosse effettivamente quella del nipote.

Giovani che avevano il diritto alla gioia del presente e alla garanzia di un futuro, ammazzati da una serie di omissioni, noncuranze, indifferenze, provocazioni, che tutte insieme esprimono la nostra società, il suo modo di essere, anzi di non essere, il suo rispetto, scarso, per la vita. Il papà di un’altra delle vittime ha detto che solo in Italia succedono queste tragedie.

Non è vero, ma il dito alzato in segno di accusa rimane e diventa fatto politico. Lo capisce il premier Conte che va sul posto e promette «Mai più». Lo capisce Salvini, sente che la giornata va simbolicamente da un’altra parte rispetto alla sua Piazza, coglie l’attimo e il minuto di silenzio.

Sa anche che come ministro dell’Interno il tema della sicurezza diventa adesso cruciale. Troppi biglietti venduti rispetto alla capienza del locale. Mistero sul perché i ragazzi siano stati spinti verso un’unica uscita di sicurezza.

Fatto sta che in quel crollo si consuma, come in un fossato medievale, come nell’assedio di un castello, la fine di poveri ragazzi troppo piccoli e troppo innocenti per morire così. E poi, la cattiveria o l’incoscienza di chi spruzza lo spray al peperoncino, una bomboletta che doveva essere individuata e sequestrata all’ingresso.

Anche perché ai concerti di Sfera Ebbasta c’erano stati precedenti. Sempre con le bombolette spray, sempre fughe di massa nel panico. Per fortuna non era successo nulla di grave, ma questo non esonerava gli organizzatori dal tenerne conto.

L’in-sicurezza deriva dalla somma di tutti questi fattori. Poi sapremo di più, ma già possiamo dire che non sappiamo più in che mani metteremo i nostri figli. Sì, perché le vittime di Ancona non sono solo figli di specifici genitori a cui va oggi tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto.

Diceva Tolstoj nel celebre incipit di Anna Karenina che tutte le famiglie felici si assomigliano e quelle infelici lo sono ognuna a modo proprio. Vero come è vero che ogni storia di cronaca ha un suo specifico filamento nella tela del ragno del Destino. Però succede anche che la tragedia soggettiva diventi inquietudine collettiva.

Succede che il dolore incolmabile di un padre o di una madre diventino l’angoscia di tutti i padri e le madri che salutano la sera i propri figli adolescenti per lasciarli andare a ballare. Che futuro potremo avere, che libertà, se non potremo dominare la paura?

Lo spray di una bomboletta nata per difendersi dal male, diventa l’emblema del Male che inghiotte i nostri giovani e con loro l’idea stessa di un avvenire possibile.

Claudio Brachino – Il Giornale 9 Dicembre 2018

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