Ti è piaciuto l'articolo? Condividilo

 

Tra i mostri che avrebbe potuto immaginare la mente di Fellini, non poteva esserci certo il Frankenstein prodotto dalle ultime elezioni in Emilia Romagna.

La grammatica giornalistica si è spostata sul mostro cinese, il coronavirus, ma conviene non perdere di vista quest’altra creatura prodotta in laboratorio, quello della politica italiana sempre più liquida e alla ricerca di una nuova cristallizzazione per le prossime elezioni.

Che non ci saranno presto, a meno di cataclismi non prevedibili da mente razionale.  Mattarella, poteri forti, Trump, nessuno le vuole. Neanche con la vittoria di Salvini si sarebbe andati alle urne.

L’asse di potere in atto non fa il bene del paese, ma risponde a logiche sotterranee precise. Prima Draghi al Colle con questo Parlamento, un legge elettorale proporzionale, e poi il leader della Lega potrà fare il Premier, se nel frattempo non sarà stato divorato dall’altro grande Mostro italiano che è la Giustizia.

Ma la storia corre, il tempo non passa invano neanche per gli ultimi della lista, cioè i cittadini, che hanno imparato a essere liquidi pure loro.

Torniamo al nostro Frankenstein alla piadina. Tra i punti di sutura si vedono Zingaretti e Bonaccini. Già, perché le elezioni non le ha vinte il Pd. Le ha vinte un frontman in rapporto con il territorio, che ha cancellato dove ha potuto i simboli nazionali.

Le hanno vinte le sardine, geniale invenzione ittico-politica della Bologna prodiana, finzione dialettica di una passione civile spontanea, in realtà teleguidate da laboratori ben nascosti nei salotti del capoluogo emiliano. Le ha vinte quella sinistra più a sinistra del segretario, che si è ricompattata nell’odio, quello figo, quello legittimo, quello che non sembra neanche odio, contro Salvini.

Se consideriamo che Renzi, con la sua creatura uscita a settembre dal vecchio costato comunista, non correva neanche, ecco che in fondo si intravvede come saranno i nuovi democratici: superata l’ansia della scissione perenne, tutti insieme in un calderone che tiene gli ex democristiani e D’Alema, l’antagonismo giovanile e brandelli di riformismo.

Via la parola antiquata partito, rimarrà solo la foglia di fico freudiana, la semantica della democrazia che copre il ricordo angoscioso del Novecento comunista.

Renzi, che ambisce legittimamente a differenziarsi da questo calderone, rischia di ritrovarsi al centro il più improbabile degli avversari, Conte. L’avvocato del popolo, più correttamente dei suoi interessi, lanciato in politica dall’antipolitica, ha dimostrato di saper galleggiare così bene con tutto e il contrario di tutto da essere indicato come possibile erede scudocrociato.

Veniamo ai grillini. In un paese normale se un movimento continua a racimolare sul territorio un decimo in percentuale di quello che vale in parlamento, si aprirebbe la crisi di governo. Invece la crisi è tutta interna ai cinque stelle, senza esclusione di colpi, con molte randellate e poche idee.

Anche loro si saranno resi conto che uno non vale uno, anzi qualche volta mezzo, addirittura zero. L’iperdemocrazia della rete non è l’utopia dell’uguaglianza ma la distopia dell’incompetenza. Il Pd è pronto a fagocitarli con una finta alleanza sbilenca a sinistra.

Su Salvini invece piovono ormai ogni giorno decine di pietre, anzi intere pareti. La metafora delle “pietre comunque qualunque cosa fai “(Antoine, Sanremo 1967) è sempre valida, ora pare che anche molti dei suoi siano pronti con il sasso in mano.

Per fortuna i numeri hanno ancora una loro oggettività, far passare uno per sconfitto con il 32% dei voti, non quelli dei sondaggi ma quelli conquistati nella terra del nemico,  mi pare segno di frustrazione. Consiglio a Matteo di fare una citofonatina a tutti i suoi avversari per ricordare i basilari della matematica.

Certo, niente amache per culle narcisistiche, Salvini deve ancora lavorare sulla metamorfosi meno aggressiva del suo personaggio, schema che può lasciare alla Meloni in crescita guardando a uno spazio moderato.

Con il proporzionale un giorno i due Matteo, con qualche antiacido, potrebbero anche governare insieme. Il nuovo centro e la nuova destra. Con il ponte liberale di Berlusconi Highlander.

L’altra regione, la Calabria, dice che il Pd senza sardine e senza facce perde, che il Carroccio prima non c’era e ora c’è, che Forza Italia data per morta invece è viva eccome! Una bella iniezione di energia per il Cav.

Il segnale che cerchi, rettangoli e rombi, più o meno magici, vanno presto messi in soffitta per stare accanto al partito e al paese. Dietro Frankenstein si intravvede una forma, non l’anno che verrà come cantava il grande bolognese Dalla, ma la politica che verrà.

Claudio Brachino